Migrazioni: nel racconto dei contesti di origine e transito Italia fanalino di coda

- Migrazioni e multiculturalismo

Solo nel 23% delle notizie sull’immigrazione date dai quotidiani cartacei italiani* si fa riferimento ai paesi di provenienza o transito. Dato che scende al 5% nel caso dei servizi mandati in onda in prima serata dal telegiornale del primo canale del servizio pubblico. A rilevarlo è l’Osservatorio di Pavia, che ha diffuso il dato in occasione del panel “Migrazioni: le notizie dimenticate. Il racconto dei paesi di origine e transito”, promosso da Carta di Roma, da poco concluso al Festival del giornalismo di Perugia.

(pubblicato da Carta di Roma)

 

Solo nel 23% delle notizie sull’immigrazione date dai quotidiani cartacei italiani* si fa riferimento ai paesi di provenienza o transito. Dato che scende al 5% nel caso dei servizi mandati in onda in prima serata dal telegiornale del primo canale del servizio pubblico. A rilevarlo è l’Osservatorio di Pavia, che ha diffuso il dato in occasione del panel “Migrazioni: le notizie dimenticate. Il racconto dei paesi di origine e transito”, promosso da Carta di Roma, da poco concluso al Festival del giornalismo di Perugia (nel video sopra il panel integrale).

 

Ciò che accade al di là del Mediterraneo fatica a trovare spazio sui media italiani generalisti: “Si racconta il fenomeno dell’immigrazione rispetto all’impatto che ha in Italia – ha spiegato Paola Barretta, ricercatrice senior dell’Osservatorio – mentre si lascia sullo sfondo il racconto del contesto di provenienza o di transito,  molto più presente negli altri telegiornali europei”. A offrire con maggiore frequenza tale tipologia di notizie è la tedesca ARD, seguita dall’inglese BBC One, dalla francese France 2 e infine dalla spagnola Rtve La1.

La notiziabilità e visibilità varia molto in base all’aerea e al paese: quelli più raccontati sono, infatti, la Siria (alla quale è dedicato il 44% delle notizie sui contesti di origine e transito), il Medio Oriente, in modo più generico (16%) e la Turchia (13%). Se BBC One, per esempio, parla frequentemente anche del Libano e Giordania, dove si trovano i principali campi rifugiati, non avviene altrettanto in Italia. “Sul Tg1 a determinare la presenza di notizie relative ai contesti di origine e transito è soprattutto la prossimità”, illustra Barretta. Ecco, quindi, che in Italia si parla con più frequenza di Nord Africa, o di Libia.

Concorda sul poco approfondimento riservato ad alcune crisi Carlotta Sami, portavoce Unhcr per il Sud Europa, che a margine del panel commenta: “Non so neppure quanto pubblico sia in grado di spiegare gli sviluppi di un conflitto molto conosciuto come quello della Siria, non credo quindi che molti conoscano l’evoluzione di crisi come quelle in Yemen o in Sud Sudan. L’attenzione verso ciò che è internazionale mi sembra aumentata negli ultimi anni, ma è ancora insufficiente. Del resto molte testate estere possono contare su un racconto avvincente di giornalisti inviati per lunghi periodi di tempo in aree di crisi. Qui, invece, il tempo investito in questo tipo di racconto è poco”.

Una tendenza di vecchia data

Il poco spazio dedicato agli esteri dai media generalisti italiani rispetto a quelli di altri paesi europei non è una novità. Una tendenza che, oggi, in parte può essere spiegata dalla crisi attraversata dal mondo dell’informazione, secondo Giovanni Maria Bellu, presidente dell’Associazione Carta di Roma, ma che potrebbe essere in parte anche conseguenza di una storia coloniale “piccola e debole rispetto a quella di altri paesi come Regno Unito e Francia”. “Ciò nonostante – ha commentato Giovanni Maria Bellu, presidente dell’Associazione Carta di Roma – anche di paesi dove siamo stati storicamente presenti, come la Somalia, pochi di noi conoscono quale sia la situazione oggi”.

Di questa ha parlato Zakaria Mohamed Ali, fotoreporter somalo, rifugiato in Italia dal 2008, membro dell’Archivio Memorie Migranti. “Qualcuno sa dell’ultimo attentato che c’è stato a Mogadiscio?”, ha domandato a conclusione del racconto sulla drammatica situazione attraversata dal suo paese di origine. A essere dimenticati, secondo il reporter somalo, non sono solo le aree di provenienza e transito, ma anche i destini di chi giunge in Europa: “Dopo Lampedusa cosa succede? Chi sono le persone arrivate? Come vivono nelle strutture di accoglienza? Dobbiamo andare a conoscere queste persone, per sapere cosa sognano, cosa fanno”.

Una cornice narrativa diversa da quella – secondo l’Osservatorio di Pavia prevalente – in cui si parla di etnie e popoli non in associazione ai contesti di provenienza, bensì in collegamento a eventi di cronaca, principalmente nera: “Anche in questo caso i fatti raccontati non diventano l’opportunità per stabilire una connessione che permetta di parlare delle aree dalle quali migranti e rifugiati provengono o che hanno percorso. Prendiamo il caso dell’omicidio di Fermo: su 72 notizie analizzate solo in 3 casi è stato fatto riferimento alla situazione della Nigeria, paese dal quale era fuggita la vittima”.

Più storie, più numeri

Come spezzare, allora, questa cornice narrativa? Ha provato a rispondere Marino Sinibaldi, direttore di Rai Radio 3, emittente che con numerosi approfondimenti e con il programma Radio Mondo si dedica in modo ampio al racconto di ciò che accade oltre i confini nazionali. “Oggi presentiamo l’accoglienza come qualcosa che viene negato, come se stessimo vivendo una tragica rottura con una tradizione. Non è così: il rifiuto dell’accoglienza è la più banale delle reazioni umane. Stiamo assistendo, invece, a qualcosa di straordinario: l’agire collettivo in favore l’accoglienza”.

È questa la vera notizia dimenticata per Sinibaldi. Una chiave per trattare la questione dell’accoglienza che, secondo il direttore Rai, rappresenta un modo di rompere la cornice narrativa negativa nella quale è spesso relegata l’immigrazione. Ma sono le storie e i dati il punto di partenza: continuare a raccontare storie, illustrare i numeri, sono elementi essenziali per proporre un narrativa alternativa a quella attuale, ha concluso Sinibaldi nel suo intervento.

Carta di Roma