Caldo record di maggio: nei TG italiani la crisi climatica resta sullo sfondo

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Caldo record di maggio: nei TG italiani la crisi climatica resta sullo sfondo

Illustrazione originale generata con IA per l’Osservatorio di Pavia

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L’ondata di calore eccezionale che ha attraversato l’Europa e l’Italia alla fine di maggio 2026, che ha fatto registrare temperature superiori anche di 10-15 gradi rispetto alle medie stagionali, ha reso tangibili, ancora una volta, le conseguenze concrete del caldo estremo: rischi per la salute, prime città inserite nei bollettini di allerta, fragilità dei lavoratori esposti, pressione sugli spazi urbani e sui servizi di assistenza. In Europa, le cronache hanno registrato anche i risvolti più gravi dell’ondata di calore, dai decessi in Francia agli annegamenti nel Regno Unito, mostrando come un evento meteorologico possa trasformarsi rapidamente in un problema sanitario, sociale e di sicurezza pubblica. Proprio per questo il modo in cui l’informazione racconta le ondate di calore non è un dettaglio secondario: può limitarsi a descrivere temperature e disagi, oppure può aiutare il pubblico a collegare gli effetti immediati del caldo alle cause climatiche che li rendono più probabili e severi e alle risposte necessarie per ridurne l’impatto.

Che il racconto giornalistico delle ondate di calore sia diventato un nodo cruciale del dibattito pubblico lo dimostra anche quanto accaduto nel Regno Unito, dove, il 23 giugno 2026, un gruppo di scienziati ed esperti del clima ha inviato una lettera aperta ai vertici editoriali di alcuni dei principali broadcaster britannici, tra cui BBC News, ITV News, Sky News, Channel 4 News, 5 News e Global/LBC. Nella lettera, gli scienziati esprimono preoccupazione per una copertura informativa che tende troppo spesso a raccontare gli eventi estremi senza spiegare con sufficiente chiarezza il ‘perché’, cioè il nesso con la crisi climatica e con le emissioni climalteranti. Secondo Climate News Tracker, durante l’ondata di caldo record di maggio 2026 nel Regno Unito solo il 40% dei programmi TV e radio analizzati ha collegato il fenomeno al cambiamento climatico, mentre i combustibili fossili sono stati citati esplicitamente in appena quattro programmi.

Per capire se questa difficoltà nel collegare eventi estremi, cause climatiche e risposte strutturali riguardi anche l’informazione televisiva italiana, l’Osservatorio di Pavia ha analizzato i servizi dedicati all’ondata di calore nei TG prime time delle sette reti nazionali nel periodo 24-30 maggio 2026, una finestra temporale che intercetta la fase più intensa del caldo anomalo registrato a fine mese, soprattutto nel Nord Italia. Pur trattandosi di un approfondimento circoscritto a pochi giorni di programmazione e a un numero limitato di servizi, l’analisi ha cercato di rispondere ad alcune domande di fondo: il caldo record è stato presentato come un segnale della crisi climatica in corso o soprattutto come un episodio meteorologico? Il racconto televisivo si è interrogato sulle cause che rendono questi eventi più frequenti e intensi? Ha aperto uno spazio sulle soluzioni di lungo periodo, in particolare sulla mitigazione, oppure è rimasto ancorato al qui e ora delle temperature, dei disagi, dei consigli pratici e delle strategie di adattamento immediato?

Il monitoraggio mostra una dinamica molto simile a quella osservata nel Regno Unito. Nei 30 servizi dedicati all’ondata di calore, il riferimento alla crisi climatica, al cambiamento climatico o al riscaldamento globale compare in sette casi, pari al 23% del totale. Tuttavia, si tratta spesso di accenni brevi, collocati all’interno di servizi costruiti soprattutto intorno alle temperature, ai bollettini di rischio, ai disagi quotidiani o alle immagini di vacanza anticipata. In alcuni casi il nesso climatico è affidato alla voce di esperti o a formule sintetiche, il caldo come “effetto del cambiamento climatico”, gli eventi estremi “sempre più frequenti a causa del riscaldamento globale”, l’ondata di calore come “monito della crisi climatica”, ma non diventa la cornice interpretativa principale del racconto. La transizione energetica compare in un solo servizio, mentre non emergono mai riferimenti espliciti alle emissioni, alla CO2, ai gas serra o ai combustibili fossili.

Se la connessione suggerita con la crisi climatica costutisce il 23% dei servizi, la cornice del turismo, del ponte festivo, delle vacanze e dei turisti che affollano le città d’arte costituisce, a livello di testo, il 30% della copertura. In questo quadro il caldo viene raccontato attraverso immagini di bagni al mare, piscine prese d’assalto, tuffi nei laghi, gelati, ventagli, ombrelloni e città invase dai turisti. Non mancano commenti di turisti e passanti che esprimono soddisfazione per le temperature elevate: “Sembra estate”, “ci voleva”, “almeno così possiamo goderci le terrazze”, “questo clima è certamente meglio di pioggia e freddo”. In alcuni servizi l’anomalia termica diventa quasi un anticipo desiderato dell’estate, un’occasione per il primo bagno, per la montagna, per le città d’arte o per il ponte del 2 giugno. Ne emerge un racconto di “fun in the sun” che non cancella del tutto i riferimenti ai rischi sanitari o ai disagi, ma tende a normalizzare l’evento, presentandolo come una variazione anticipata dell’estate più che come un segnale di trasformazioni climatiche profonde.

Si assiste inoltre a una forte ‘meteorologizzazione’ dell’evento. L’ondata di calore viene ricondotta soprattutto alla cronaca del tempo: quanti gradi farà, quali città avranno il bollino arancione o rosso, quando arriverà la tregua, dove potranno verificarsi temporali, quali comportamenti adottare per proteggersi. Questa cornice produce informazioni utili, soprattutto sul piano della prevenzione sanitaria e dell’adattamento immediato: bere, evitare le ore più calde, proteggere anziani e lavoratori esposti, cercare luoghi climatizzati. Tuttavia, se resta isolata, tende a separare l’evento dalle sue cause strutturali e dalle politiche necessarie per ridurne la frequenza e l’intensità.

Anche quando i TG registrano i risvolti più gravi nel resto d’Europa, dai decessi legati alla canicola in Francia agli annegamenti nel Regno Unito, fino ai rischi per chi lavora all’aperto, il racconto tende spesso a oscillare tra allarme e normalizzazione.

Le eccezioni esistono. In alcuni servizi, la voce di climatologi e fisici del clima consente di spiegare che ondate di calore di questo tipo non sono episodi isolati, ma segnali di una trasformazione più ampia: il Mediterraneo sempre più caldo, il rischio di eventi estremi più frequenti. Ma restano eccezioni dentro un quadro in cui il pubblico riceve molte informazioni sugli effetti immediati del caldo e molte immagini della sua normalizzazione quotidiana, ma pochi elementi per collegare quell’evento alle cause che lo rendono più probabile e alle soluzioni che potrebbero limitarne l’impatto.

Le ricerche precedenti dell’Osservatorio di Pavia per Greenpeace Italia aiutano a leggere il caso di maggio 2026 come parte di una tendenza più lunga. Nel report sulle ondate di calore del 2025, solo il 23% dei servizi televisivi contestualizzava il caldo eccezionale all’interno della crisi climatica e appena 9 casi su 30 collegavano direttamente l’evento al riscaldamento globale. Anche il rapporto annuale sulla visibilità mediatica della crisi climatica, pubblicato nel 2026 e relativo al 2025, conferma lo stesso scollamento: le notizie con un focus centrale sul clima diminuiscono rispetto al 2022, mentre cause, responsabilità e combustibili fossili restano marginali nella copertura. Il dato di maggio 2026, quindi, non appare come un’anomalia, ma come la conferma di una difficoltà strutturale del racconto mediatico italiano.

Il caso del maggio 2026 mostra quindi qualcosa di più della semplice sottorappresentazione della crisi climatica. Mostra la rottura della catena narrativa che dovrebbe tenere insieme fenomeni estremi, cause, responsabilità e soluzioni. Se le ondate di calore vengono raccontate come cronaca meteorologica stagionale, opportunità turistica o disagio temporaneo, mentre la transizione viene trattata altrove come questione tecnica, economica o regolatoria, il pubblico fatica a cogliere il nesso tra la gravità degli eventi e l’urgenza delle risposte strutturali. È qui che il deficit informativo diventa anche un potenziale deficit del dibattito pubblico: senza una narrazione completa delle cause e delle soluzioni, la crisi climatica resta visibile nei suoi effetti, ma opaca nelle sue responsabilità e nelle sue possibili vie d’uscita.