La donna invisibile della politica (2003)

- Political and social pluralism

La donna invisibile della politica (2003)

l 20 febbraio 2003 il Senato italiano ha votato la modifica dell’articolo 51 della Costituzione. La nuova stesura, approvata dalla quasi totalità dell’assemblea, introduce la parità di accesso tra donne e uomini alle cariche elettive facendo esplicito riferimento che “a tale fine la Repubblica promuove con appositi provvedimenti le pari opportunità tra uomini e donne”. A un principio di eguaglianza fra i sessi già presente nella legislazione, si sostituisce un’azione positiva volta a rimuovere gli ostacoli che limitano la partecipazione femminile.
L’importanza di questo voto è palpabile, poiché la politica è proprio uno dei settori dove la partecipazione delle donne è rimasta costantemente bassa. La divisione verticale e orizzontale nel mercato del lavoro è ampiamente, e curiosamente, riprodotta nell’arena politica. La marginalizzazione verticale si manifesta sia in termini di selezione delle candidature e assegnazione dei collegi elettorali, che si traducono in barriere all’entrata per le candidate potenziali e quindi in minori donne elette, sia nella scelta delle cariche politiche e istituzionali di rilievo. Anche la divisione orizzontale, con cui normalmente si intende la divisione fra i sessi dei lavori che favorisce il sorgere di occupazioni maschili e femminili, sembra essere rintracciabile nella professione politica poiché le donne tendono a prevalere in commissioni e ministeri storicamente e culturalmente considerati più femminili.
Oggi nel Parlamento ci sono 96 donne, 71 alla Camera e 25 al Senato, pari a una rappresentanza politica del 10,1%. L’Italia, con queste percentuali di rappresentanza femminile, si posiziona al sessantanovesimo posto nel mondo. La percentuale di donne nei parlamenti dei 181 paesi considerati nelle statistiche dell’Inter-Parlamentary Union è pari al 14,8%, una media superiore a quella italiana di quasi cinque punti percentuali.
In termini di rappresentazione mediatica, la televisione si limita in gran parte a registrare l’esistente: negli ultimi sette anni (dal ‘96) le percentuali di tempo dedicate alle donne in politica sono rimaste sostanzialmente invariate. In tutto il 2002, le sei emittenti dei due network nazionali Rai e Mediaset hanno dedicato un tempo di attenzione alle donne della politica lievemente superiore alle 79 ore contro le 999 dedicate ai loro colleghi uomini. In percentuale (grafico 1), la visibilità delle donne si attesta sul 7,3%, senza differenze significative fra Rai e Mediaset. La rappresentazione mediatica delle donne è pertanto inferiore alla già esigua rappresentanza parlamentare.

Se poi confrontiamo i tempi di attenzione e presenza dei primi dieci uomini con quelli delle prime dieci donne nel 2002, le differenze di esposizione diventano macroscopiche. Il tempo di attenzione dedicato al primo uomo (10331 minuti), il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, è più del doppio della somma del tempo dedicato a tutte le donne (4751 minuti). Il ministro dell’istruzione Letizia Moratti, che compare al primo posto nella classifica femminile in termini di attenzione, ottiene con 406 minuti uno spazio inferiore alla metà del tempo concesso al suo collega di governo Girolamo Sirchia che, a sua volta, con 962 minuti si posiziona al decimo posto della classifica maschile.
L’osservazione del tempo di presenza, gestito direttamente in video, non è più confortante: Alessandra Mussolini è la rappresentante politica con maggiore presenza diretta in televisione con 222 minuti, circa 1/16 dello spazio concesso al primo uomo.

(1) In questa classifica è stato escluso il tempo di presenza in video della parlamentare Gabriella Carlucci durante la conduzione del programma televisivo “Melaverde”.

Le ragioni di questa sotto rappresentazione vanno principalmente ricercate nella sfera reale: assenza di donne fra le più importanti cariche istituzionali dello Stato (presidenza della Repubblica e delle camere), solamente due donne fra i ministri del governo e nessuna nelle leadership di partito. In effetti, osservando la classifica dei primi dieci uomini troviamo il presidente del Consiglio, il presidente della Repubblica, il presidente della Camera; così come altri importanti leader di partito e/o ministri di governo.
Tuttavia, anche la sfera mediale sembra rafforzare questa segregazione(2).
In primo luogo, il palinsesto televisivo mostra, nei suoi diversi generi di programma, una permeabilità dissimile nei confronti delle donne e degli uomini. Il grafico 2 mostra alcune differenze interessanti: i notiziari sono il luogo del palinsesto che accentua maggiormente la segregazione delle donne, con solamente l’1,5% di tempo di attenzione; seguono le trasmissioni di approfondimento con l’8%, l’informazione parlamentare con il 9,8% e infine le trasmissioni di intrattenimento che invece concedono alle rappresentanti politiche donne un tempo di attenzione superiore al 18%. Le donne sono maggiormente visibili nei programmi che non si occupano primariamente di politica e, in ogni caso, rimangono escluse dai salotti tradizionalmente più nobili della comunicazione politica.

(2) Per un’analisi statistica sugli anni precedenti si veda:
Maiola G., Marchese M., La visibilità delle donne nella comunicazione politica televisiva, in Comunicazione Politica, vol. I n. 2 Autunno 2000, pp. 331-337.

Un altro fenomeno di segregazione mediatica che appare persistere negli anni riguarda le specificità tematiche alle quali le presenze femminili sono legate. La tabella 3 mostra i principali temi trattati dalle donne in politica nei notiziari di Rai e Mediaset del 2002. L’istruzione è largamente (31,1%) al primo posto della classifica, grazie certamente al tempo gestito dal ministro dell’istruzione Moratti; altre tematiche sono invece riconducibili a una specificità di genere, come la fecondazione assistita, le questioni femminili e la tutela dei minori. Difficilmente questi temi appaiono ai primi posti dell’agenda politica maschile. Viceversa sui temi più classici dell’agenda politica nazionale, quali i rapporti e le dinamiche di partito, le crisi internazionali, ma anche l’economia o il dibattito sulle riforme, raramente viene chiesto un intervento delle donne.

Dopo la modifica dell’articolo 51, ci si interroga su quali saranno i provvedimenti che il Parlamento adotterà per tradurre in pratica i principi espressi nella carta costituzionale. In questo percorso i mass media possono avere un ruolo decisivo per stimolare un riequilibrio della rappresentanza e nel valorizzare la politica femminile, attraverso la promozione di azioni positive per aumentarne la visibilità. Una riflessione sulle modalità di rappresentazione delle donne in politica sarà inoltre tanto più efficace se compiuta durante la fase centrale della legislatura, sia per le maggiori probabilità di un dialogo e una convergenza fra le diverse parti politiche, sia per anticipare l’avviamento delle macchine elettorali che, in mancanza di un impulso significativo, tenderanno a riprodurre routine discriminanti.